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Tennis

US OPEN, FINALMENTE MURRAY

Lo scozzese Andy Murray trionfa agli Us Open battendo in una maratona di quasi 5 ore il campione in carica Djokovic. E' il primo successo in uno Slam per Murray dopo 4 finali perse
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Immagine articolo - Il sito d'Italia

Finalmente Andy! Non solo il buon Murray e tutta la Gran Bretagna tirano un sospiro di sollievo, ma anche “l'appassionato medio” può brindare con moderata soddisfazione al successo dello scozzese agli Us Open. Finalmente Murray alza un trofeo dello Slam, dopo aver perso 4 finali (Us Open 2008, Australian Open 2010 e 2011, Wimbledon 2012), infrangendo quello che stava diventando uno psicodramma. Con una pressione sulle spalle micidiale, visto che l'ultimo suddito di sua Maestà a vincere uno Slam era stato Fred Perry nel 1936, Andy era arrivato molte volte ad un passo dalla gloria. Ma questa pressione, quest'aspettativa, e anche un suo modo di stare di campo troppo conservativo nei momenti “duri” del match, gli erano sempre costati carissimo. Come nella finale dello scorso Wimbledon, quando dopo una buona partenza fu sorpassato e surclassato da Re Federer, alzando ancora una volta il piatto dello sconfitto tra le lacrime. Lacrime di gioia stavolta, e finalmente anche un mezzo sorriso per l'impassibile Ivan Lendl, suo coach da qualche tempo, che alla fine è riuscito ad elevare le qualità morali ed agonistiche del suo assistito. Murray era pronto da tempo a vincere uno Slam sul piano del gioco. Non lo era come resistenza fisica, psicologica ed agonistica, perché le sue fiammate restavano tali, spegnendosi troppo in fretta per vincere una finale 3 su 5. Non è un caso che Murray abbia un record molto positivo contro gli altri big 3 (Nadal, Federer e Djokovic) nei Master 1000, dove si gioca solo 2 set su 3. Lendl ha lavorato con pazienza, sottotraccia, ingoiando svariati bocconi amari con la sua flemma e tranquillità; ma alla fine ha preparato molto bene Murray per quello che serve oggi a diventare un Campione con la C maiuscola. Forza fisica, resistenza, capacità di correre e rincorrere ribaltando gli scambi; ha migliorato la tenuta del suo dritto, spesso ballerino, e soprattutto l'ha convinto che le sconfitte rafforzano. Chi più di Ivan poteva insegnargli questo, visto che lui stesso vinse il suo primo Slam proprio dopo 4 finali perse, e che nel complesso ne ha vinte “solo” 8 su 19 disputate? Un grande perdente? Punti di vista.

Tornando a Murray ed alla sua vittoria, il match è stato un piccolo dramma nel dramma, amplificato da condizioni di gioco difficilissime per via del vento terribile che già aveva martoriato non poco le semifinali. All'inizio infatti lo spettacolo è stato molto modesto, con continui palleggi di studio, quasi una sorta di allenamento a chi sbagliava di meno... alla fine s'è arrivati al tiebreak nel primo set, e qua Murray ha giocato meglio, ha preso quasi sempre l'iniziativa e chiuso dopo 6 set point sprecati. Nel secondo set Murray scappa subito via 4 a 0, Djokovic pare aver perso la pazienza, ma reagisce, rimonta fino al 5 pari, quando Murray si scuote di nuovo, apre di più il campo entrando forte col dritto, e vince il set per 7-5. Nel terzo e quarto set esce il campione che è in Djokovic. Il serbo non accetta di perdere, spinge a tutta approfittando anche di un momento di pausa del rivale, e si arriva a due set pari. Quando Djokovic pare ormai lanciato al suo ennesimo successo a New York, la lancetta della sua benzina vira verso il rosso. Murray intuisce il momento di difficoltà del rivale, si rianima e torna a prendere l'iniziativa, chiudendo il match in ginocchio, incredulo per aver finalmente infranto quella barriera che chissà quanti incubi gli ha fatto vivere negli ultimi 4 anni.

Murray ha meritato il successo, anche se nel corso del torneo non erano piaciuti i suoi “soliti” atteggiamenti da mezzo infortunato (coscia, schiena, anca e via dicendo). Murray è riuscito a vincere perché finalmente ha salito l'ultimo gradino che gli mancava per arrivare al livello di Djokovic e Nadal. Adesso è forte – continuo – tosto – agonista quanto loro. A meno di non chiamarsi Federer ed essere intrappolato in un corpo così ricco di talento e magia, per vincere uno Slam è necessario essere duri, durissimi; lottare su ogni palla senza mai dar segni di fatica o cedimento; possedere colpi potenti, arrotati, e giocare con la massima continuità, non cercando sempre il winner ma di avere una velocità di gioco costante, per far sbagliare l'altro, calcolando al massimo il rischio da prendere. Un tennis percentuale assoluto, da super-atleti più che da talenti. Ogni finale Slam (eccetto quelle con Federer in campo) negli ultimi anni hanno avuto questo identico canovaccio. Che sia una bella cosa per il tennis è tutta da verificare...

Murray con questo successo scavalca Nadal al terzo posto in classifica mondiale. Per quello che ha detto il 2012, è giusto così. Federer è braccato da Djokovic, che quasi sicuramente colmerà il piccolo gap in autunno e chiuderà la stagione da n.1. Nadal “merita” il quarto posto, perché i punti pesanti nella sua classifica sono arrivati solo sulla terra, dove si gioca solo 3 mesi all'anno.

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