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Faccia a faccia con Alessandro Aquilio, autore del best seller "23 Secondi" Una Storia - Terremoto L'Aquila 6 aprile 2009

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

"Leggere queste pagine esige una disponibilità a lasciarsi colpire allo stomaco e al cuore, a lasciarsi trafiggere e a sanguinare. io ho scelto di farlo". Queste le parole che la cantautrice Paola Turci ha voluto dedicare al libro di Alessandro Aquilio sul sisma abruzzese. Parole che fanno pensare, che fanno domandare, che stimolano il desiderio di conoscere ciò che veramente accadde quella maledetta notte di tre anni fa e quello che sta accadendo adesso che le luci dei riflettori si sono spente sulla tragedia del popolo aquilano e sulla ricostruzione di una delle nostre città più belle ma sicuramente più sfortunate. Buona lettura.

 

-Un libro sul terremoto aquilano. Perché?

-Per raccontare. Credo che simili eventi vadano testimoniati, parlando in particolare a chi non ha vissuto esperienze simili. Direi piuttosto che sia un libro sul sisma, ma sulla storia di una famiglia colpita dalla tragedia del terremoto. Un libro che racconta il percorso di vita interrotto in una notte di aprile e il nuovo, folle, corso che si è aperto e che dura ancora oggi. L’Italia non deve dimenticare L’Aquila, per evitare che nuove “L’Aquila” esistano in futuro nella nostra nazione, tra le più sismiche al mondo. Dietro la terra che trema, dietro le polemiche politiche, dietro il rimpallo di responsabilità, esistono le storie delle persone. Ed è da quelle che bisogna ripartire per capire il sisma che rimane, in primo luogo, un profondo atto di violenza-

 

 


-Che cosa ricorda di quel giorno?

-Ricordo tutto. Sono passati quasi quattro anni eppure ricordo ogni dettaglio. Ricordo la telefonata nella notte che ci avvisava della scossa. Ricordo il rumore del traffico impazzito. Ricordo la paura lucida mentre cercavo di entrare in contatto con i miei familiari. E ricordo un dolore nuovo, quello della perdita dei luoghi dei propri ricordi-

 

-E dei giorni immediatamente successivi?

-Sono stati giorni sospesi, nebbiosi. Non mi trovavo a L’Aquila ma a Milano, per lavoro. Ho vissuto il senso di colpa per non essere stato presente durante la scossa e il senso di alienazione nel relazionarmi con una città lontana anni luce dalla mia dimensione emotiva. E poi ricordo il ritorno in città, dopo circa una settimana. Non dimenticherò mai le immagini di morte e distruzione che ho visto. I panorami deserti di una città blindata e abbandonata. E lo sbigottimento e la sensazione di paura che rimandava-

 

-Tanto inchiostro è stato versato e tante parole sono state dette, pro e contro le istituzioni, sulla gestione dell’ emergenza. Ma com’è andata davvero?

Credo che sia impossibile dire come sia andata davvero. La verità assoluta, in mezzo a contesti di simile complessità, si perde e macchia in mille rivoli. Le posso dire come è andata per me e la mia famiglia, la “mia” verità. C’è stata una gestione del livello di allerta quantomeno criticabile: nessuno si aspettava una cosa del genere, viste anche le continue rassicurazioni ricevute dalle Istituzioni. Poi, è venuta la notte del 6 aprile 2009 che ci ha trasformati in “sfollati”. Ho capito in una notte che gli sfollati non erano più soltanto i disperati in fuga da paesi in guerra o da situazioni di povertà inumane. Gli sfollati erano mia madre, mio padre, le mie sorelle, i miei affetti, i miei amici. Io stesso. Credo poi che i primi mesi, la cosiddetta fase dell’emergenza, sia stata gestita in modo tempestivo. A poche ore dal sisma, gli aquilani avevano un riparo. I problemi, gravi e inaccettabili, sono emersi nel lungo periodo-

 

 

 

-E adesso come sta andando?

-A rilento. E le ragioni le suddivido equamente tra istituzioni nazionali e locali. Per anni hanno giocato al rimpallo delle responsabilità, con il solo risultato di rallentare la fase della ricostruzione e di far pesare enormemente quel vuoto decisionale nelle vite di una intera città. La cosa che più mi amareggia è notare la totale assenza di un piano prospettico. Per ricostruire L’Aquila, bisogna in primo luogo decidere che tipo di città ricostruire. Quali i punti di forza da valorizzare (Turismo? Università? Cultura? Industria?) e creare le condizioni adatte per proseguire su quella strada, con infrastrutture, servizi, comunicazione. Apertura di mentalità e spirito propositivo-

 

 

-All’Aquila sono crollati edifici storici ma anche case moderne, condomini di recente fabbricazione, e la magistratura ha avviato inchieste e procedimenti penali per far luce sui fatti. Crede approderanno a qualcosa?

-Non lo so, francamente. Non ho le competenze per valutare un progetto edilizio. Credo però che gli aquilani tutti, ma in particolare le 309 vittime e i loro familiari, abbiano diritto alla verità e alla giustizia. Mi permetta di citare un passo del mio libro, che risponde alla sua domanda, relativo ai racconti di una ragazza rimasta per ore tra le macerie della Casa dello Studente:

 

“ È rimasta sotto il buio e il peso delle macerie per diverse ore, salvata da un pezzo di muro che, a mo’ di tetto, la riparava da metri di piani franati. Oltre agli scricchiolii del palazzo che ogni minuto sembravano preannunciarne la caduta, questa ragazza aveva intorno anche le voci di chi, come lei, dalla Casa dello studente non era riuscito a fuggire in tempo. Sentiva dei lamenti, delle grida di aiuto, delle voci familiari. Da uno dei piani sopra il suo, sentì la voce di una donna. Non era giovanissima, di certo non si trattava di una studentessa. Cominciarono a tenersi compagnia, nell’oscura umidità di quella trappola. Le loro voci erano come una carezza, un incoraggiamento. Perché se è terribile avere paura, lo è ancor più aver paura da soli.Questa donna le diceva di tenere duro, di non perdere la speranza. Le diceva che doveva continuare a chiamare aiuto, che qualcuno l’avrebbe sentita e portata in salvo. “Tu sei giovane, ce la devi fare! Ti devi salvare!”. Sotto di lei (o Dio solo sa dove, precisamente) arrivava invece la voce di un ragazzo che chiedeva aiuto, ora in preda al panico ora con tono più speranzoso. Parlò anche con lui, si aggrappò anche alla sua voce e offrì la propria come uncino o bagliore nella notte. Continuò a parlare con loro facendo finta di non sentire i rumori sordi e sinistri della struttura spezzata, i pensieri neri che le affollavano la mente. Continuò a parlare con loro anche quando, col passare del tempo, le voci intorno divennero meno numerose, meno rumorose. Col passare delle ore, mentre lei continuava a pregare Dio e tutti i Santi chiedendo di essere ascoltata e sentita, di poter rivedere la luce del sole e di assaggiare di nuovo il sapore dell’aria, sentiva quel ragazzo imprecare e prendersela con quegli stessi Santi a cui lei si rivolgeva. E chissà se anche questa non fosse una preghiera, forse tra tutte la più bella. Pian piano, poi, anche quegli incoraggiamenti e quelle imprecazioni smisero di essere e intorno ebbe solo buio e silenzio. Fu allora che il ronzio dell’angoscia di dover fare la stessa fine, di morire da sola nel pieno della notte e della giovinezza, si fece facile strada nella sua testa. Battendo sulle sue tempie e in ogni goccia di sudore che scivolava sul suo corpo. Ebbene, se ci sono colpe per quello che è successo quella notte, se qualcuno è responsabile dei piedi di argilla di quell’edificio, se oltre al Vigliacco altre mani si sono macchiate di quel sangue, mi auguro di cuore che quel qualcuno possa essere svegliato ogni notte, finché è su questa terra, dalle urla di quelle persone, dalle loro richieste di aiuto, dalle loro preghiere e dalle loro bestemmie. Prima del silenzio.”

 

 

-Quale consiglio sentirebbe di dare ai suoi concittadini e conterranei? Mollare tutto, rimanere, protestare, aspettare..

-Mollare no, assolutamente. Lo dobbiamo a noi e lo dobbiamo alla memoria delle centinaia di persone che non ci sono più. Il mio consiglio è quello di impegnarsi, in tutto ciò che può sembrare anche microscopico rispetto all’enormità della tragedia. Vivere a L’Aquila è molto difficile, oggi. Il terremoto e i suoi effetti sono costantemente sotto gli occhi di tutti, non esistono più luoghi di aggregazione e il Centro storico, a distanza di anni, è ancora transennato e inaccessibile. A questa situazione che trascina facilmente nello sconforto, alla perdita del tessuto sociale, l’unica arma da contrapporre è quella del coraggio, della voglia di smentire il pregiudizio sull’Italia incapace di risollevarsi. Ognuno di noi può fare qualcosa, grazie al proprio talento. La ricostruzione dell’Aquila passa attraverso forme e modi inaspettati, a cui tutti noi aquilani possiamo e dobbiamo contribuire. E poi, in ultimo, consiglio di stare con gli occhi ben aperti, di non lasciarsi abbindolare ma di cercare la verità nelle risposte e nei fatti concreti. A tutti i livelli-

-Una domanda non facile: torneremo ad ammirare L’Aquila volare nei cieli?

-Da aquilano dico “sì”, fermamente. Con sguardo oggettivo, oggi, ho invece più dubbi. Di certo non voglio una L’Aquila com’era prima: la voglio più sicura, più consapevole dei propri mezzi, più decisa e imprenditoriale. La speranza e la testardaggine che possono dare alcuni dolori profondi, ne sono certo, possono generare risorse preziose. Io continuerò a lottare, non fosse altro perché lì ho la mia famiglia e il loro futuro. Allargando il contesto, credo che L’Aquila sia una sfida epocale per il Sistema-Italia: può essere il bivio tra l’essere orgogliosi dell’aver riportato una città a condizioni dignitose, favorendo le condizioni e gli investimenti, o incorrere nel più clamoroso flop dell’Italia moderna, con la vergogna che ne consegue. L’Aquila, il terremoto dell’Aquila, non è affar solo degli aquilani. È in primo luogo un tema dell’Italia intera. L’Aquila siamo noi, nessuno escluso-

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