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riflessioni

Il Bello, il Buono e l'Amore

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Il giglio, simbolo di bellezza e bontà

Vi è un'idea piuttosto diffusa, mediata anche da un'erronea interpretazione della religione, per cui ciò che è bello non possa essere buono, e ciò che è buono non possa essere bello. Questa dicotomia deriva dal fatto che poiché colla sofferenza si giunge al paradiso, necessariamente la gaiezza conduce all'inferno; ne consegue che solo ciò che è brutto porti alla salvezza, mentre ciò che è bello guidi alla perdizione. Se poi si aggiunge che il diavolo (greco διάβολος [diàbolos]) è un termine che deriva dal greco διαβάλλω [diabàllō] (inganno), ovvero da δια- [dia-] (attraverso) e βάλλω [ballō] (scaglio, metto), quindi l'“ingannatore”, veniva immaginato che si presentasse bello proprio per ingannare e indurre, colla seduzione, a cose cattive, il discorso è concluso.

Nel mondo classico, però, questa incompatibilità tra bello e buono non aveva modo di esistere, sia tra i greci, che tra i latini.

I primi avevano elaborato il concetto della “calogatia” (καλοκαγαθία [kalogagathìa]) con cui fondevano gli aggettivi di καλὸς καὶ ἀγαθός [kalòs kaì agathos] (bello e buono): secondo loro, l'uomo perfetto era colui che adunava in sé i due valori: non per nulla nei ginnasi si praticava sia l'attività fisica (da cui viene il termine ginnastica) che quella filosofica (tanto che con questo termine si indica un istituto di istruzione). Non dimentichiamo a tal proposito i ginnasi di ATENE di Platone e di Aristotele, denominati rispettivamente Accademia e Liceo (che rimandano anch'essi a istituzioni culturali anche contemporanee).

I secondi avevano invece un motto, anche se animato da un principio leggermente diverso, con cui fondevano il benessere mentale con quello fisico: mens sana in corpore sano.

Rimane però da comprendere se entrambi immaginassero che la semplice bellezza fisica (ovvero il corpo sano) inducesse alla bontà d'animo (ovvero la mente sana), o se fossero due mete distinte, da raggiungere entrambe, ma con percorsi differenti. Insomma: chi era bello non poteva che essere buono, ovvero chi aveva un corpo sano non poteva che avere una mente sana, o si doveva lavorare per ottenere bellezza fisica e bontà d'animo, ovvero corpo sano e mente sana?

Ho sempre immaginato che l'Uomo, per raggiungere, questi obiettivi dovesse praticare la strada dell'impegno profuso su ambo i fronti con passione, sentimento, trasporto, amore, e che solo la costanza e la caparbietà nella ricerca della perfezione potesse condurre a buoni frutti.

Vi è una frase: “la bellezza salverà il mondo”, di Fëdor Michajlovič DOSTOEVSKIJ (Фёдор Михайлович ДОСТОЕВСКИЙ). Mi chiedo se basti la bellezza per salvarlo, o se, appunto, non sia necessaria la bontà. Sicuramente lo scrittore russo aveva in mente che le due cose fossero inesorabilmente concatenate, quasi a dire che chi produce bellezza non può che indurre alla bontà.

Per altro, proprio a indicare come sottile sia la distinzione tra salvezza e perdizione, vi sono proprio due frasi, che, tremendamente simili, si discostano per una sola cosa: una parola, più precisamente, un verbo. Le due frasi sono, rispettivamente, il motto che riassume tutta la filosofia satanista, di Edward Alexander CROWLEY, conosciuto come Aleister CROWLEY, e quello che riassume tutta la filosofia della religione cattolica (teologia), ma potremmo dire cristiana e, perché no, delle religioni in generale, di sant'Agostino d'IPPONA. La prima, mal interpretando il senso della libertà dell'Uomo, dice: «fa' ciò che vuoi». La seconda, interpretando a pieno il dettato divino: «AMA e fa' ciò che vuoi».

Qual è il modo per cui la bellezza possa essere fonte di bontà, senza rimanere fine a sé stessa e aprire le porte alla bontà?

Tanto per cominciare facendoci attorniare da essa. Un prato ben curato, una strada ordinata ci inducono a un rispetto diverso da quello indotto dai medesimi prato e strada ma mal curato il primo e disordinata la seconda...

Viviamo un periodo in cui regna il cattivo gusto, dove il rumore supera il suono, lo scarabocchio il disegno, lo schiaffo la carezza, lo sputo il bacio, la volgarità la finezza, l'urlo il canto, lo straccio il vestito...

La provocazione delle avanguardie (musicali, letterarie, pittoriche, ...), belle per l'idea innovativa e buone per aver dato dignità “anche” a ciò che di diverso vi era nella concezione e percezione dell'arte, sono divenute accademiche: proprio quello che non avrebbero mai voluto essere! Questa è stata la fine della bontà della bellezza, soppiantata dalla cattiveria della bruttezza, ora imperante.

Le melodiose canzoni, le liriche poetiche, le deliziose pitture hanno dato il passo agli urli, alle prosaicità, ai graffiti, rappresentando un'involuzione artistica che evidenzia un'involuzione sociale e morale che induce alla violenza e non alla gentilezza.

Chi più, naufragando negli occhi dell'amata, le sussurra di annegare nel suo sguardo per rivivere in lei del suo respiro? Chi, nel salutarla, le bacia devotamente le mani, dichiarandosi suo servo in amore? Chi, palpitando, le dedica una canzone di quelle belle, di una volta, che non si scrivono più, ma nemmeno si cantano, in una serenata che non sia solo pittoresca esibizione? Chi, con sprezzo del ridicolo, compie azioni tali? Una vulgata diffusa sostiene non essere più moderne: è vero, non lo sono, perché vivono nella dimensione dell'eternità. Non hanno tempo e non hanno luogo: sono divine!

Noi stessi, ognuno nel proprio piccolo, ci rendiamo conto che farsi attorniare dalla bellezza è il primo passo per impregnarsi di bontà.

Per esempio, anche solo dando un'occhiata ai vari profili FB, è possibile discernere il carattere del suo utilizzatore o, al limite, l'impronta che esso ha voluto imprimere al suo alter ego virtuale.

Bellezza & Bontà non sono utopia o ucronia: sono realtà effettuali, esistenti; sta solo a noi cercarle e farle nostre...

Riprendiamoci la bellezza che attornia la realtà, non avremo che da guadagnarci la bontà che la pervade!

Ἀδάμας Mέλας (Adàmas Mèlas)

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