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Rubrica Fiscale

Crisi dei mercati finanziari e Subprime. Riflessioni.

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

I subprime sono prestiti o mutui erogati a clienti definiti "ad alto rischio". Sono chiamati prestiti subprime perché a causa delle loro caratteristiche e del maggiore rischio a cui sottopongono il creditore sono definiti di qualità non primaria, ossia inferiore ai crediti primari (prime) che rappresentano dei prestiti erogati in favore di soggetti con una storia creditizia e delle garanzie sufficientemente affidabili. Per definire un mutuo come subprime il sistema americano si basa su un punteggio di credito che classifica tutti i debitori in una scala compresa tra 300 e 850 punti. Negli Stati Uniti tutti coloro che hanno un punteggio di credito inferiore a 620 sono definiti dei debitori subprime. La storia creditizia di coloro che contraggono un prestito subprime presenta in genere delle peculiarità tipiche come due o più pagamenti effettuati oltre 30 giorni dopo la scadenza nell'anno precedente la richiesta del prestito, l'insolvenza di un mutuo negli ultimi due anni o la dichiarazione di bancarotta negli ultimi cinque. Inoltre il fenomeno dei subprime (che nel mondo anglosassone sono spesso chiamati anche "B-Paper", "near-prime" o "second chance") si è allargato negli anni dal mondo dei mutui ipotecari a quello del consumo in genere e lo strumento di questa espansione è stato la carta di credito subprime. Rivolta anch'essa a debitori ad alto rischio di insolvenza la carta di credito subprime si è diffusa sempre di più nel mercato statunitense nel corso degli ultimi 15 anni e, dopo casi iniziali in cui bassi limiti di credito erano accoppiati a tariffe molto elevate e a tassi d'interesse che superavano anche il 30 per cento, negli ultimi anni la maggiore concorrenza del settore ha avvicinato al 10% i tassi d'interesse applicati alle carte di credito subprime. Occorre però in merito evidenziare che sono ancora molto diffuse sul mercato carte di credito subprime che presentano tassi superiori al 20 per cento. Stabilito che i mutui subprime sono mutui erogati a chi non poteva permetterseli (o poteva "a fatica"), vediamo perché qualcuno ha pensato bene di prestare soldi (garantiti da un immobile) a chi difficilmente avrebbe potuto restituirli. Innanzitutto perché il maggior rischio di solito viene compensato da un maggior guadagno (quindi tassi di interesse più alti, che chi si vedeva vendere il sogno di comprare una casa era comunque disposto a pagare), in secondo luogo perché, in uno scenario di tassi "in salita" e di prezzi degli immobili che crescevano "a doppia cifra" annualmente, la segreta speranza era proprio che dopo un tempo ragionevolmente breve il mutuatario non riuscisse ad onorare gli impegni presi e gli si potesse così legalmente sottrarre l'immobile rivendendolo. Per molto tempo coloro che distribuivano mutui subprime sono stati portati in palma di mano dalle banche che li finanziavano, perché erano portatori di rendimenti elevati (alla faccia dei poveracci che si ritrovavano senza casa né soldi). Con l'enorme sviluppo del mercato immobiliare americano degli ultimi anni (cioè con il continuo aumento del prezzo delle case e con la costruzione di nuove), le banche pensavano di aver trovato l'uovo di Colombo. La copertura dei mutui sarebbe comunque stata coperta dal valore stesso delle abitazioni, anche se chi ci abitava non pagava le rate. Si è quindi innescato un circolo virtuoso: chi non aveva soldi per acquistare casa chiedeva un subprime, portando garanzie false o molto addolcite, e le banche non si preoccupavano di fare controlli troppo accurati. In questo modo la domanda di abitazioni aumentava, aumentava il loro prezzo, altre persone chiedevano mutui, eccetera. Le società che cedono subprime hanno avuto un boom, e il mercato immobiliare ha cominciato a trainare una parte abbastanza consistente dell'economia USA. Che poi questo fosse fatto passando sopra le regole o chiudendo un occhio o due non importava più di tanto. Il motivo per cui le insolvenze dei titolari di mutui subprime si sono gradualmente spostate sulle banche e sui mercati finanziari generando forti cali delle borse mondiali risiede nei meccanismi di gestione del rischio connesso ai mutui ad alto rischio. In sintesi abbiamo:

Prima causa: le cartolarizzazioni

Dietro questo termine difficile si nasconde un'operazione finanziaria in realtà semplice. La banca inizia a vendere i propri crediti (mutui ipotecari) ad altri istituti finanziari i quali acquistano appunto degli assets  ad alto rischio di insolvenza. Tutto questo si poggiava su un mercato immobiliare robusto. Inoltre le banche oltre che a far girare degli assets ad alto rischio hanno iniziato ad emettere titoli di debito ossia obbligazioni (es. di titoli subprime) garantite da ipoteche immobiliari. A questo punto è facile comprendere come l'insolvenza del cliente X ha fatto andare in tilt la banca che si era esposta per 100 (valore dell'immobile al tempo della stipula) contro un valore dell'immobile che iniziava a scendere a causa della crisi congiunturale. Quindi la banca iniziava a sopportare perdite secche dovute dalla differenza tra quanto aveva erogato al mutuatario e quanto percepito post vendita della casa. Conseguentemente l'istituto bancario inizia a trovare difficoltà a restituire sia i depositi e relativi interessi dei clienti che a rimborsare le obbligazioni emesse.  

Seconda causa: la crisi del mercato immobiliare americano

Tutto roseo e bello, se non fosse che negli ultimi mesi il mercato immobiliare americano ha ricevuto una battuta d'arresto. La crescita dei tassi di interesse, il normale ciclo economico e una serie di noiosi fattori che non elencherò oltre, hanno fatto sì che il prezzo delle case dapprima rallentasse, per poi in breve tempo fermarsi (e anche cominciare a scendere, sto sempre parlando degli USA). E così chi aveva distribuito denaro (le banche) finanziando il 100% dell'immobile + le spese di acquisto si ritrovava a non rivedere questo denaro, ma a doverne anche spendere altro per arrivare a rientrare almeno di una parte della cifra. Quello che era stato (per le banche) un grosso affare (crescita di valore a ritmi del 20% di guadagno tra lo start e la chiusura della pratica), in pochi mesi si era trasformato in una sonora fregatura (perdite secche "a due cifre"). In altri termini la banca ha messo in vendita la casa del sig. Smith, ma non c'è nessuno che la compri, perchè nel frattempo tutti gli Smith d'america, hanno passato lo stesso guaio. La banca aveva iscritto a bilancio la loro casa per un valore di 100. Ma ora, visto il mercato che non tira più, vale al massimo 60 se non 40 e non si riesce manco a venderla a quel prezzo. La banca fallisce. Da qui tutti abbiamo cominciato a sentir parlare dei "subprime".

Conseguenze

Vendere, vendere, vendere. Chiunque avesse un titolo subprime ha iniziato a venderlo. Il loro prezzo è sceso, e ha innescato una spirale opposta alla precendente. Ancora: chi ha perso dei soldi vendendo il proprio subprime di corsa a prezzo stracciato, per rifarsi ha venduto ulteriori azioni. Il clima di incertezza e di ignoto ha portato alla vendita di altri titoli. I prezzi sono crollati. Per evitare un crack di dimensioni catastrofiche alcuni titoli subprime, in America, sono stati congelati dopo qualche giorno - significa che chi li possiede non li può vendere o comprare: blocco forzato delle contrattazioni. Ma non è bastato. Il colpo di grazia l'ha dato la notizia che una grande compagnia europea come la Bnp Paribas è stata costretta, ella stessa, a congelare tre gestioni. La Bce è intervenuta con una massiccia iniezione di denaro, e il Sec (l'organo di vigilanza della Borsa Americana) ha annunciato forti controlli.

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